Pubblichiamo il lavoro di due croniste diciottenni alla scoperta dell’eredità morale di Salvo D’Acquisto: Fabiola Gianfrancesco e Rossella Di Lollo della classe V ITE.
In quel lontano venerdì, 15 ottobre 1920, il rione Antignano si vestì a festa per accogliere la nascita del piccolo Salvo D’Acquisto, primogenito di papà Salvatore e mamma Ines.
Quel giorno rappresentò un momento di profonda gioia per la famiglia, un evento destinato a segnare per sempre le loro vite.
Salvo crebbe in un ambiente umile, povero di beni materiali ma ricco di valori autentici.
I suoi genitori, persone semplici ma dal cuore generoso, gli trasmisero un forte senso del dovere e della responsabilità.
Fin da piccolo, frequentò scuole improntate alla religione, come desiderava sua madre Ines, donna devota e attenta all’educazione morale del figlio. Le scuole elementari, nonostante le difficoltà legate a un trasferimento durante il quarto anno, rappresentarono per lui il primo passo verso una vita di impegno e coscienza civica.
Gli anni del liceo furono una tappa cruciale nella sua formazione personale e spirituale.
Salvo seguiva le lezioni con costanza, partecipava al doposcuola e trovava anche il tempo per divertirsi, giocando a pallone con i preti salesiani, dai quali apprese il valore della condivisione e dello spirito comunitario.
Come studente, si distinse per la serietà e la dedizione. La sua curiosità e l’amore per la lettura gli aprirono nuovi orizzonti, mentre il suo comportamento esemplare lo rendeva un punto di riferimento per i compagni.
Nonostante le ristrettezze economiche, Salvo sviluppò un’indole generosa e sincera, attenta agli altri e capace di profonda empatia.
La sua infanzia e adolescenza non furono segnate dal benessere né dai comfort, e non conobbe il significato di vizi o agi. Tuttavia, imparò a riconoscere il valore della semplicità e della solidarietà.
In particolare, Filippo Caruso, figura autorevole nell’Arma dei Carabinieri, ricordò Salvo come un giovane modellato dalla preghiera e dalla meditazione, capace di coltivare una purezza d’animo che lo rendeva un esempio di santità.
Dopo il diploma, Salvo dimostrò fin da subito il suo spirito altruista: rinunciò a proseguire gli studi per aiutare economicamente la famiglia. Lavorò per tre anni presso l’azienda dello zio, ma la chiusura improvvisa della ditta lo spinse a cercare nuove opportunità.
Poco tempo dopo ricevette la cartolina per il servizio militare. Si arruolò volontario nei Carabinieri, con orgoglio, desideroso di seguire la tradizione familiare e di servire il Paese. Durante la Seconda guerra mondiale fu inviato in Nordafrica, a Tripoli, dove sorvegliava i campi di aviazione insieme ai commilitoni.
Quell’esperienza, però, mise a dura prova la sua salute: due gravi episodi clinici ne compromisero l’idoneità fisica, costringendolo a una lunga convalescenza.
Nonostante ciò, decise di frequentare il corso per allievi sottoufficiali, ottenendo il grado di vicebrigadiere. Fu quindi destinato alla stazione dei Carabinieri di Torrimpietra, nei pressi di Roma, dove ebbe inizio un nuovo capitolo della sua vita.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la situazione divenne drammatica. Alcuni reparti tedeschi occuparono posizioni strategiche vicino alla caserma, tra cui un gruppo di paracadutisti insediato in un’ex struttura della Guardia di Finanza, presso la Torre di Palidoro.
In quei giorni turbolenti, in assenza del comandante, fu Salvo a dirigere la stazione, assumendosi la responsabilità in un momento di grande tensione.
Un’esplosione accidentale di due bombe a mano, avvenuta durante un’ispezione tedesca di vecchie munizioni, provocò due morti e due feriti. Convinti si trattasse di un attentato, i tedeschi reagirono brutalmente: si presentarono alla caserma e minacciarono pesanti rappresaglie contro la popolazione civile.
Nonostante le prove indicassero chiaramente un incidente, il giorno successivo catturarono ventidue innocenti, conducendoli nei pressi della Torre di Palidoro. Dopo un breve interrogatorio, li costrinsero a scavarsi la fossa, in attesa dell’esecuzione
Fu in quel momento che il vicebrigadiere, con un gesto di rara nobiltà, si fece avanti e, con voce pacata, disse: «Del resto, una volta si nasce e una volta si muore.
Si assunse la responsabilità dell’accaduto, dichiarandosi colpevole pur sapendosi innocente, per salvare quelle vite. Venne fucilato dopo essersi posizionato nella buca scavata e, prima di cadere, gridò con forza: «Viva l’Italia!»
Il suo estremo sacrificio lo consacra come modello di vita e straordinaria umanità.
La sua figura rappresenta una luce che indica il cammino del dovere civico, del rispetto reciproco e della lotta contro l’indifferenza che, troppo spesso, coinvolge noi giovani.
Dovremmo invece trarre ispirazione da testimoni come lui e impegnarci a superare l’individualismo dominante per contribuire davvero al bene comune.
Oggi, molti ragazzi sembrano concentrati solo su sé stessi, sui propri bisogni e sull’immagine che offrono al mondo, affascinati da modelli effimeri.
Invece, noi studentesse diciottenni, riconosciamo quanto questa storia ci abbia toccate nel profondo e fatto riflettere.
E le parole di Gino Bartali: “Alcune medaglie si appendono all’anima e non alla giacca” racchiudono il senso dell’eroismo di Salvo D’Acquisto: simbolo della resistenza morale di tanti italiani, trasformatosi nel tempo in un emblema di altruismo disinteressato e in un richiamo ai valori della convivenza civile.
La sua devozione alla patria e il suo straordinario altruismo costituiscono un’eredità etica che la nostra generazione non può e non deve dimenticare, perché essere cittadini non significa solo godere di diritti: implica anche doveri e richiede coerenza e senso civico.
E oggi, sapere che Papa Francesco lo ha dichiarato beato rappresenta un tributo universale alla forza del bene che può nascere anche nei momenti più oscuri della storia.

I.O. Lombardo Radice- Amatuzio – Pallotta
Classe VA ITE Bojano (CB)









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