Esistono viaggi che non si misurano soltanto in chilometri, ma nello spessore della coscienza che riescono a risvegliare. È il caso de “La Rotta Bojano-Mauthausen: 1255 km di anticorpi contro il memoricidio”, un imponente progetto didattico e civile coordinato dalla Prof.ssa Italia Martusciello presso l’Istituto Omnicomprensivo Statale “Lombardo Radice – Amatuzio Pallotta” di Bojano. Un percorso durato ben cinque anni (iniziato nel corso dell’anno scolastico 2021/22) che ha visto la realizzazione di oltre 40 lavori di approfondimento sulla Shoah e sui meccanismi della deportazione nazifascista.
Prendendo in prestito le celebri parole di Paul Valéry scritte per il Museo dell’Uomo di Parigi – “Dipende da colui che passa che io sia tomba o tesoro…” – gli studenti si sono fatti custodi di un “tesoro” di memoria attiva, trasformando la ricerca storica in un argine concreto contro l’indifferenza. Il progetto ha goduto di una fitta rete di prestigiosi supporti istituzionali e formativi, tra cui l’Associazione EIP (Scuola Strumento di Pace, accreditata UNESCO e ONU), la Fondazione Giacomo Matteotti, la Fondazione di Studi Storici Filippo Turati, la Fondazione Museo della Shoah di Roma, il Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino e l’ANPI Molise, avvalendosi della consulenza di autorevoli accademici ed esperti come il pedagogista Luciano Corradini e gli storici Fabrizio Nocera, Lorenzo Canova e Milena Santerini.
Dal locale al globale: il campo di internamento di Bojano
La memoria, per gli studenti molisani, è iniziata a pochi passi da casa. La classe ha infatti fornito un contributo fondamentale per squarciare il velo di anonimato che copriva la storia locale, collaborando alla progettazione e alla posa di una targa commemorativa in sinergia con il Comune di Bojano e l’ANPI.
Quello che oggi è un luogo comune, tra il settembre del 1940 e il luglio del 1941 fu un vero e proprio campo di internamento fascista. Qui vennero reclusi Rom, Sinti, cittadini cinesi ed ebrei rastrellati su tutto il territorio nazionale. Con la deposizione della targa, i ragazzi hanno “dato voce a un luogo anonimo”, restituendo alla cittadinanza la consapevolezza di come l’ingranaggio della discriminazione avesse radici profonde anche nel proprio territorio.
Questa azione si è estesa alla comunità attraverso lo “Spazio Agorà”, un’esperienza outdoor in cui gli studenti hanno intervistato i cittadini bojanesi somministrando un sondaggio sulla percezione della memoria storica. Su 114 risposte totali, ben 71 cittadini hanno dimostrato consapevolezza e sensibilità verso le tematiche del ricordo e del contrasto all’odio, a fronte di 43 risposte negative o indifferenti, evidenziando quanto sia ancora necessario il lavoro di sensibilizzazione sul territorio.
Volti, storie e l’adozione della memoria
Il progetto non si è fermato ai libri di testo, ma ha cercato il contatto vivo con i testimoni e le piattaforme globali del ricordo. Gli studenti hanno intrapreso una corrispondenza via email con Hanna Gofrit Pinkas, sopravvissuta alla Shoah. Hanna, sfuggita ai nazisti nascondendosi con la sua famiglia e rifugiandosi a Varsavia presso una famiglia polacca (successivamente riconosciuta “Giusta tra le Nazioni”), ha condiviso il dramma della perdita del padre, catturato e ucciso dopo essersi unito ai partigiani. I ragazzi hanno inoltre approfondito la straordinaria figura di Edith Bruck, deportata a soli 12 anni e sopravvissuta a sei campi di concentramento, la quale ha fatto della sua intera esistenza una missione per tenere fede alla promessa fatta a un compagno di prigionia: «Racconta, non ti crederanno, ma tu racconta lo stesso». E hanno avuto l’onore di conoscerla personalmente.
Per dare un nome all’orrore e contrastare la progressiva perdita dei testimoni oculari, la scuola ha aderito alla piattaforma internazionale “I Remember Wall” dello Yad Vashem. Attraverso questo strumento digitale, ogni partecipante ha “adottato” simbolicamente il nome di una vittima dell’Olocausto estratta casualmente dal database centrale, unendosi agli oltre 24.000 aderenti in tutto il mondo per sottrarre quelle vite all’oblio dei numeri.
I Giusti e la resistenza civile: fari nell’oscurità
Accanto alla discesa negli abissi della persecuzione, la ricerca degli allievi ha valorizzato gli “anticorpi” morali: i Giusti tra le Nazioni. Analizzando i quattro criteri cardine stabiliti dallo Yad Vashem per ottenere questo riconoscimento – aver salvato attivamente un ebreo, aver messo a rischio la propria vita o famiglia, aver agito in modo totalmente disinteressato e senza ricompense economiche, ed essere di identità non ebrea – la classe ha riscoperto figure di immenso valore.
Tra queste spicca il molisano Osman Carugno, nato a Capracotta, che salvò 38 ebrei, e la figura di Massimo Tosti, il cui riconoscimento per il salvataggio di circa 4.000 ebrei è in via di definizione. Le ricerche multimediali dei discenti hanno toccato anche la storia di Carlo Angela (medico e padre di Piero Angela), che protesse decine di perseguitati nascondendoli nella clinica psichiatrica da lui diretta a Torino, e l’incredibile vicenda del “Morbo K”, la malattia fittizia, spacciata per letale e contagiosa, inventata dai medici dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma per terrorizzare i soldati tedeschi, impedire le ispezioni nei reparti e salvare così la vita a moltissimi ebrei rifugiati. Un capitolo a parte è stato la costruzione di un imponente sito dedicato a Salvo D’Acquisto, il vicebrigadiere dei Carabinieri che sacrificò la propria vita per salvare 22 civili innocenti dalla fucilazione nazista.
Il viaggio a Mauthausen: la discesa nella terza categoria
Il culmine drammatico e visivo del percorso si è materializzato nel viaggio di studio verso il campo di concentramento di Mauthausen, in Austria, situato nei pressi del Danubio per facilitare il trasporto ferroviario e fluviale dei deportati. Mauthausen era l’unico campo nazista catalogato come di “terza categoria”, una classificazione che implicava le condizioni di reclusione più dure in assoluto, destinate all’annientamento totale attraverso il lavoro forzato dei detenuti giudicati “incurabili” o politicamente pericolosi. Su circa 190.000 persone deportate da oltre 40 paesi, si stimano almeno 90.000 assassinii.
Gli studenti hanno ripercorso i luoghi fisici dello sterminio:
- La Scala della Morte e la cava di granito (Wiener Graben): I prigionieri erano costretti a salire i 186 gradini scavati nella pietra della cava trasportando sulla schiena blocchi di granito pesanti fino a 50 kg, sotto le percosse e i continui insulti delle SS. Chi rallentava o cadeva veniva ucciso sul colpo o spinto deliberatamente nel precipizio dalla sommità della rupe (i cosiddetti “paracadutisti”). La via di comunicazione interna era tristemente ribattezzata Blutstrasse, la strada del sangue.
- Il Piazzale dell’Appello e la disumanizzazione: Dal tragico ingresso attraverso la “Porta Mongola”, dove il comandante del campo Franz Ziereis accoglieva i nuovi arrivati ricordando loro che l’unica uscita sarebbe avvenuta “attraverso il camino del forno crematorio”, i deportati venivano spogliati di tutto, rasati, privati dei propri effetti personali e ridotti a semplici numeri o “pezzi” (Stück). Sul piazzale subivano appelli estenuanti di ore, sotto la pioggia o il gelo, come forma di tortura psicofisica.
- Le fabbriche della morte: camere a gas e forni crematori. “Vedere dal vivo quei forni e quelle camere a gas, che fino a ieri erano solo fotografie distanti sui nostri libri di storia, ci ha tolto il fiato e ha trasformato lo studio in una dolorosa realtà, facendoci comprendere che dietro quelle date e quei numeri c’erano ragazzi esattamente come noi, le cui vite sono svanite in quel fumo che oggi ci sembra ancora di respirare”.
La Stanza dei Nomi
Il percorso si è concluso idealmente all’interno della Raum der Namen (la Stanza dei Nomi) a Mauthausen, un immenso memoriale in cui sono incisi gli oltre 81.000 nomi dei deportati deceduti nel campo e identificati. Fitte griglie di testo che restituiscono visivamente, in un solo colpo d’occhio, la vastità delle vite spezzate.
L’esperienza degli studenti dell’Istituto di Bojano dimostra che la didattica della storia non è una sterile cronologia di eventi passati, ma una pratica viva di cittadinanza attiva. Quei 1255 chilometri che separano Bojano dai cancelli di Mauthausen sono diventati, grazie al lavoro di questi ragazzi, un patrimonio collettivo inossidabile: veri e propri anticorpi culturali capaci di proteggere la società civile dal virus dell’indifferenza e del memoricidio.
La scuola assume in questo contesto una funzione fondamentale. Essa non è soltanto luogo di trasmissione di conoscenze, ma spazio di costruzione della coscienza civile. Attraverso progetti come questo gli studenti imparano a riconoscere i segnali dell’intolleranza, a difendere i diritti umani, a valorizzare la diversità e a comprendere il significato autentico della democrazia. Finché esisteranno scuole capaci di trasformare la memoria in educazione e l’educazione in cittadinanza attiva, il progetto dei persecutori sarà sconfitto. Perché ricordare significa continuare a difendere l’umanità.
L’esperienza al campo di concentramento di Mauthausen è stata molto toccante, forse una delle più dure che abbia mai vissuto. Pensare che nello stesso luogo in cui sono morte circa 200.000 persone stessi passando anch’io mi ha fatto un certo effetto ed è stato difficile da accettare. Però questa visita mi è servita davvero tanto perché mi ha aiutato a capire, almeno in parte, ciò che hanno vissuto i deportati. Leggere questi eventi sui libri di storia è importante ma non è come trovarsi lì di persona. Infatti vedere quei luoghi con i propri occhi permette di comprendere meglio la sofferenza e le atrocità che vi sono avvenute. Stefano Petrarca classe VA
Ad esprimere profonda soddisfazione per l’alto valore formativo dell’iniziativa è la Dirigente Scolastico dell’Istituto, Maria Teresa Imparato, che ha sottolineato l’importanza di aprire la scuola al territorio e alla storia viva: «Questo progetto rappresenta la scuola che vogliamo: un luogo dove il sapere non resta chiuso tra le pagine di un libro, ma si traduce in coscienza critica e cittadinanza. Accompagnare i nostri ragazzi lungo questo percorso, vederli appassionarsi alla ricerca e farsi custodi attivi della memoria ci rende profondamente orgogliosi e dimostra come la scuola possa essere il più potente avamposto contro l’indifferenza».









